Il Museo dell’Olio della Sabina, dove l’arte interpreta la tradizione

Paesaggio tipico della Sabina, caratterizzato da dolci colline, verdi vallate e montagne boscose, territorio propizio per l'olivicoltura. Vista della valle su cui si affaccia Castelnuovo di Farfa.
Paesaggio sabino visto da Castelnuovo di Farfa – Photo Credits: Elena Castore

Che l’olio d’oliva sia un prodotto tipico della Sabina è risaputo, ma forse non tutti sanno che qui c’è un Museo dedicato a questo patrimonio agroalimentare. Dal 2001, infatti, il comune di Castelnuovo di Farfa, localizzato nel cuore della Sabina, ospita il Museo dell’Olio della Sabina, che valorizza e divulga in modo del tutto particolare il prodotto d’eccellenza di questo territorio: l’olio d’oliva sabino.

Le caratteristiche fisiche e climatiche del territorio della Sabina, caratterizzato dalla presenza di dolci rilievi, vallate e montagne boscose, non adatto quindi all’agricoltura intensiva, hanno incentivato da sempre la coltivazione dell’ olivo. Importato nella penisola italica da Fenici e Greci, la sua coltura, così come la produzione di olio, dovevano essere già essere praticate in Sabina al tempo dei Sabini, come attestato da alcuni ritrovamenti archeologici risalenti al VII sec. a.C..

Ma fu con i Romani che l’olivo cominciò ad essere coltivato sistematicamente in questa zona, molto prossima a Roma, garantendo alla città una cospicua produzione sia di olive che di olio, all’epoca utilizzato per molti scopi, oltre quello alimentare.

Non meraviglia, quindi, che si sia voluto creare un Museo dove celebrare la storia di questo frutto della terra e del lavoro dell’uomo, che compone l’identità di questo territorio e la cui produzione, ancora oggi, rispetta tecniche tradizionali, garantendone qualità e autenticità.

Però, prima di immergerci nel racconto del Museo dell’Olio della Sabina, scopriamo insieme la storia dell’olio d’oliva sabino, che è l’unico olio d’oliva italiano ad avere ottenuto il marchio DOC – Denominazione di Origine Controllata (1995), ed il primo in Italia ad essere stato riconosciuto con il marchio DOP – Denominazione di Origine Protetta (1996).

L’Olio d’Oliva della Sabina, un patrimonio agroalimentare di origine millenaria

L’Olio d’Oliva della Sabina DOP, come tutti i prodotti agroalimentari che ricevono questo marchio di qualità, deve rispettare un disciplinare di produzione che ne garantisce l’autenticità e l’unicità. Tali caratteristiche sono intimamente connesse ai modi e alle tecniche di produzione, ma soprattutto al territorio di appartenenza.

La sua produzione, ormai millenaria, è attestata fin dall’epoca romana, quando i Romani cominciarono a coltivare sistematicamente l’olivo in questa e altre zone del loro Impero. I suoi frutti erano molto apprezzati a Roma, dove giungevano facilmente grazie al trasporto sul Tevere. Ma non solo quelli! I romani scoprirono presto anche le qualità dell’olio sabino che, inizialmente, era poco utilizzato come alimento, ma aveva largo uso in altri settori della vita quotidiana.

Sono molti gli autori che dal II sec. a.C. in poi scrissero della presenza dell’olivicoltura in Sabina e delle qualità dell’olio prodotto in questo territorio. Primo fra tutti, Marco Porcio Catone che, nel suo trattato De Agricoltura (II sec. a.C.), lasciò un vero e proprio disciplinare della coltivazione dell’olivo e della produzione di olio d’oliva, sottolineando che l’ulivo nasce pebleo e diventa nobile in Sabina. Lo storico e geografo greco Strabone, nel I sec. a.C., risaltò la straordinaria presenza di olivi nel territorio dei Sabini; mentre, tra il I e il II sec. d.C., Lucio Giunio Moderato Columella, uno dei maggiori scrittori di agricoltura dell’antichità, parlando della coltivazione dell’olivo, evidenziò la vocazione olivicola della Sabina:

[l’olivo] Non ama né le posizioni troppo basse, né le alture eccessive, ma piuttosto i pendii di media altezza e moderati, come ne vediamo in Italia nel paese dei Sabini […]

Tra tutti, però, si deve a Claudio Galeno, medico alla corte di Marco Aurelio nel II d.C., il fatto di aver reso celebre l’olio della Sabina per le sue qualità terapeutiche, descrivendolo come il migliore del mondo conosciuto. Giudizio, questo, che è stato tramandato dalla tradizione medica per molti secoli!

Con il declino dell’Impero Romano, le antiche tecniche dell’olivicoltura vennero conservate e tramandate dai monaci benedettini della vicina Abbazia di Farfa, che per secoli ebbe il controllo del territorio sabino. Grazie all’opera dei monaci farfensi, infatti, vasti territori circostanti l’Abbazia, tra l’attuale territorio di Fara in Sabina e quello di Castelnuovo di Farfa, vennero destinati alla coltivazione dell’olivo.

Nel corso dei secoli successivi, anche quando il controllo di questa zona passò allo Stato Pontificio e alle famiglie aristocratiche che dominarono alcune aree della Sabina, come gli Orsini, l’olivicoltura e la produzione di olio continuarono a caratterizzare l’economia della Sabina e a modellarne il paesaggio, trasformandosi in un elemento identitario di questo territorio.

Il Museo dell’Olio della Sabina: un museo sui generis

Il Museo dell’Olio della Sabina, occupa un posto unico nel suo genere. Si distingue brillantemente infatti dai musei congeneri, che celebrano la civiltà contadina, per la sua capacità di superare la dimensione locale, fortemente ancorata al passato, e di aprirsi al mondo globalizzato, proiettandosi nel presente, con uno sguardo al futuro.

Inaugurato nel 2001, il Museo ha sede nell’antico Palazzo Perelli, nel borgo di Castelnuovo di Farfa. Il Palazzo, che ospita anche la sede del Comune, costruito nel Cinquecento lungo l’antica muraglia del borgo, si articola su tre livelli, collegando la parte bassa del paese, aperta su un ampia vallata, con il nucleo più antico in cima alla collina. Dal restauro di questo palazzo cinquecentesco, alla fine degli anni Ottanta, nacque l’idea di istituire un Museo per raccontare la storia dell’Olio della Sabina, da sempre elemento principale dell’economia e della cultura di questa zona del Lazio.

Il Museo dell’Olio della Sabina celebra la coltura olivicola della Sabina attraverso l’arte contemporanea, che interpreta, con un linguaggio universale, una cultura fortemente ancorata alla tradizione locale e al passato. La visita raccoglie in un unico itinerario i luoghi più rappresentativi della storia e delle tradizioni di Castelnuovo di Farfa, attraverso l’intervento di cinque artisti contemporanei che, con le loro opere, interpretano il tema dell’ olivicoltura e della produzione di olio. L’itinerario di visita comprende:

  • gli ambienti di Palazzo Perelli
  • l’antico forno pubblico di Castelnuovo di Farfa
  • il sito medievale della chiesa di San Donato

Guidati dai narratori del Museo, i visitatori sono accompagnati lungo un percorso che li porta alla scoperta della storia dell’olio sabino in un modo unico e emozionante, all’interno e all’esterno del Palazzo Perelli. La visita inizia dalla quota più bassa del Palazzo.

Attraverso una rampa esterna sul cui muretto sono incise parole che introducono all’ingresso al Museo, opera dell’artista Maria Lai, si accede al primo livello del Museo, che ospita la sezione contemporanea relativa al racconto del mito dell’olio. Qui Maria Lai, Alik Cavaliere, Hidetoshi Nagasawa interpretano, ognuno a proprio modo, il tema dell’olivo e dell’olio. Le opere, esposte in tre diversi ambienti del Museo, immergono immediatamente il visitatore all’interno di una dimensione sospesa nel tempo e nello spazio.

Il racconto del mito dell’olio continua al piano superiore, grazie all’installazione di Gianandrea Gazzola che si sviluppa in tre piccole stanze comunicanti; una di queste dove si trovano ancora le giare originali del XVIII secolo era destinata alla conservazione dell’olio.

Sala del frantoio all'interno del Museo dell'Olio della Sabina a Castelnuovo di Farfa. Qui, in un ambiente originale del XVIII secolo si trova un vecchio frantoio a trazione animale, che conclude l'itinerario di visita del Museo all'interno di Palazzo Perelli.
La sala con l’antico frantoio del XVIII secolo al terzo piano del Museo dell’Olio della Sabina – Photo Credits: Elena Castore

Allo stesso piano, si trova la sezione documentaria: la Sala della Memoria, dove sono proiettate immagini di vita popolare e quotidiana, canti e suoni della tradizione locale e una sala dove sono esposti gli strumenti e le macchine, usati nella produzione olearia tra il XVI e il XIX secolo.

Al terzo piano, invece, all’interno di un ambiente confinante con il Palazzo Perelli, che è stato annesso al Museo durante il restauro, si trova un antico frantoio a trazione animale del XVIII secolo .

Installazione artistica di Maria Lai all'interno dell'antico forno pubblico di Castelnuovo di Farfa. Si tratta di una delle tappe dell'itinerario del Museo dell'Olio della Sabina di castelnuovo di Farfa, esterne al Palazzo Perelli.
L’installazione artistica di Maria Lai all’interno dell’antico forno pubblico di Castelnuovo di Farfa – Photo Credits: Elena Castore

La visita prosegue all’esterno del Palazzo, con un percorso tra le vie del centro storico, con una sosta all’antico forno pubblico, dove è stata inserita un’installazione artistica di Maria Lai, e tra i sentieri di campagna, per raggiungere il sito dell’antica chiesa di San Donato.

La chiesa, utilizzata per il culto fino al XVI secolo, venne abbandonata, e poi, nella seconda metà del XX secolo, fu inglobata all’interno di un casale. Acquisita dal Comune, venne restaurata alla fine degli anni Novanta del secolo scorso e destinata ad ospitare una sezione del Museo dell’Olio della Sabina, con un’installazione sonora della cantante Ille Strazza. Nei pressi della chiesa, un’area verde, denominata il Giardino degli ulivi del mondo raccoglie le varie specie di olivi coltivate nel bacino del Mediterraneo.

In quanto spazio di arte e cultura, il Museo dell’Olio della Sabina organizza spesso eventi legati alla tradizione, con degustazioni di olio che completeranno l’esperienza sensoriale proposta normalmente dal museo.

La visita al Museo dell’Olio della Sabina di Castelnuovo di Farfa è un’ esperienza che vi trasporterà in un mondo fatto di luci, suoni, immagini e poesie; dove passato, presente e futuro si fondono in una dimensione sospesa, senza tempo e senza spazio. Un piccolo gioiello che, ancora oggi, a distanza di vent’anni dalla sua creazione, è capace di raccontare ad un pubblico eterogeneo, non specialista, la storia del più importante patrimonio agroalimentare sabino.

Assolutamente da non perdere!