Santo Stefano, l’isola-carcere dell’arcipelago pontino

L’Isola di Santo Stefano e sullo sfondo l’Isola di Ventotene

Un isolotto disabitato all’interno di una Riserva Naturale Statale e un antico carcere borbonico disattivato: benvenuti sull’Isola di Santo Stefano! Siamo nell’arcipelago delle Isole Pontine, in provincia di Latina, a circa due chilometri dall’Isola di Ventotene cui Santo Stefano appartiene amministrativamente.

L’isola, un piccolo lembo di terra di origine vulcanica di forma circolare, con un diametro di circa cinquecento metri, si estende per circa 27 ettari: è la penultima per estensione tra tutte le isole dell’arcipelago pontino ed è disabitata dal 1965, cioè da quando il carcere di Santo Stefano, l’unica grande struttura presente e abitata sull’isola, è stato chiuso.

Le coste alte e ripide dell’Isola di Santo Stefano ne hanno da sempre ostacolato l’accesso, anche se, come le altre isole vicine, lungo la storia, è stata spesso un approdo militare e commerciale. Le varie indagini archeologiche svolte sull’isola hanno attestato la presenza, nella zona sud, di una villa marittima di età romana, la cosiddetta Villa di Giulia, oltre all’esistenza di alcune piccole strutture produttive sparse sul suo territorio.

Luogo ideale per la vita eremitica, in epoca medievale, probabilmente, vi si stabilirono alcuni monaci cistercensi, che tra il X e il XIII secolo d.C. avevano fondato un monastero intitolato a Santo Stefano sulla vicina Isola di Ventotene. Però, bisognerà aspettare il 1795 perché l’Isola di Santo Stefano sia abitata durante molto tempo, 170 lunghi anni, da centinaia di persone, per le quali però questo piccolo paradiso si trasformò in un vero e proprio inferno.

Carcere di Santo Stefano, il teatro al contrario

Il Carcere di Santo Stefano sull’Isola pontina di Santo Stefano dal 1795

Nel 1793 Ferdinando IV, Re di Napoli, diede l’incarico all’ingegnere Francesco Carpi di costruire sull’Isola di Santo Stefano un “bagno penale”, destinato ad ospitare i detenuti obbligati a scontare la pena massima: l’ergastolo. In realtà, questo luogo era anche destinato all’esilio di dissidenti politici e personaggi non graditi al potere. L’isolamento e le difficoltà di accesso all’isola rendevano Santo Stefano perfetta per la costruzione di una struttura con questa funzione.

Carpi concepì un edificio monolitico, ispirato al modello del Panopticon, sviluppato qualche anno prima dal filosofo e giurista inglese Jeremy Bentham per una nuova tipologia di carcere. Si trattava di una struttura architettonica che permetteva di esercitare il controllo diretto e continuo sui detenuti da parte di un unico guardiano, capace di osservare tutto e tutti, senza essere visto. La costante vigilanza avrebbe portato i carcerati a seguire la disciplina, per evitare dolorose punizioni, educandoli moralmente.

Il progetto di Carpi per il Carcere di Santo Stefano presentava una struttura ad emiciclo, chiusa all’ingresso da un avancorpo rettangolare, con un piccolo cortile centrale e due torri semi cilindriche alle estremità. Lungo il perimetro interno dell’emiciclo si aprivano 99 celle, disposte su tre piani; ciascuna cella, di circa 16 metri quadrati, doveva alloggiare 3-4 detenuti, ma questo numero raddoppiò nel tempo. Le celle avevano una finestra a bocca di lupo con doppia grata, sul lato esterno, ed una sul lato interno, oltre alla porta di accesso con uno spioncino. Da queste ultime due aperture i prigionieri potevano seguire la messa celebrata nella cappella esagonale costruita al centro del grande cortile interno. Sorvegliati costantemente da un vigilante, alloggiato nella torretta al di sopra del varco di ingresso al carcere, i detenuti erano anche sorvegliati dall’occhio di Dio, che li vigilava idealmente dall’interno della cappella.

I ballatoi di accesso alle celle si aprivano sul cortile con una serie di arcate sovrapposte; simili alle tribune di un teatro che si affacciano sulla platea e sul palcoscenico, la pianta del carcere era la copia del Teatro San Carlo di Napoli, attivo dal 1737. Qui, però, il rapporto tra attore e spettatore tipico del teatro era capovolto: non erano gli spettatori nelle tribune ad osservare la scena, ma dal palcoscenico (la torretta), un unico personaggio (il guardiano) osservava e vigilava i detenuti racchiusi nelle tribune.

Le celle al piano terra erano destinate ai carcerati più pericolosi ed irrequieti, quelle al primo piano ai prigionieri più calmi, mentre quelle al secondo piano erano destinate ad infermerie. Nell’avancorpo, al piano terra, si localizzavano gli uffici amministrativi, direttivi e i magazzini ; al piano superiore gli alloggi del personale sanitario e dei sorveglianti. Dal piccolo cortile interno dell’avancorpo si accedeva al cortile del carcere attraverso un ponte levatoio.

Planimetria del Carcere di Santo Stefano con gli ampliamenti della fine dell’Ottocento

Nella seconda metà dell’Ottocento vennero realizzati alcuni lavori di ampliamento del carcere di Santo Stefano che comunque non ne modificarono l’impianto originario. Tra i principali citiamo l’aggiunta di:

  • due corpi di fabbrica laterali all’avancorpo di accesso al carcere, dove si localizzavano i magazzini, i laboratori, le cucine e i servizi igienici per i detenuti;
  • una nuova sezione circolare a piano terra, chiamata “IV sezione speciale”, costruita esternamente alla parete perimetrale, composta da un corridoio semicircolare e 78 celle destinate ai detenuti considerati “scomodi”. Le celle, senza finestre, erano illuminate indirettamente dai finestroni che si aprivano sulla parete esterna del corridoio;
  • esternamente alla struttura vennero costruiti alcuni edifici destinati agli alloggi del direttore, del cappellano, del ragioniere e del segretario; alla cappella, al forno e alla lavanderia.

Inoltre, le celle primitive vennero divise internamente con dei tramezzi in muratura che ne duplicarono il numero, trasformandole in celle singole.

Da carcere di massima sicurezza a polo culturale di alta formazione

Il piccolo cimitero sull’Isola di Santo Stefano dove sono sepolti alcuni dei detenuti del Carcere di Santo Stefano

Dalla chiusura del carcere nel 1965, l’Isola di Santo Stefano è tornata ad essere disabitata, mentre l’abbandono e il vandalismo hanno innescato un lento ma inesorabile processo di degrado delle strutture del carcere, che nel frattempo, nel 1987, è stato dichiarato Bene di interesse particolarmente importante dal Ministero per i beni culturali ed ambientali . Eppure, se oggi si visitano l’isola ed il suo antico carcere, il peso della storia è ancora vivo e le voci di migliaia di detenuti che qui hanno trascorso la loro vita sembrano ancora echeggiare tra quelle mura.

Tra queste voci si riconoscono quelle di personaggi illustri, come Sandro Pertini, futuro Presidente della Repubblica, che qui trascorse un anno di reclusione durante il fascismo; Umberto Terracini, futuro Presidente dell’Assemblea Costituente; Altiero Spinelli, promotore del Movimento Federalista Europeo del 1943, considerato uno dei padri dell’Unione Europea. Proprio a quest’ultimo si ispira il progetto di restauro e recupero dell’ex Carcere di Santo Stefano per la sua trasformazione in un polo culturale di alta formazione e di educazione civica aperto ai giovani provenienti da tutta Europa.

Ci auspichiamo che questo importante progetto possa effettivamente essere realizzato, rispettando però l’essenza di questo luogo di memoria, detentore di un enorme valore storico, architettonico e sociale, non solo del Lazio, ma di tutta Italia. Nel frattempo, vi invitiamo a visitarlo, per vivere un’esperienza di quelle che lasciano il segno, che sicuramente, con la sua trasformazione, non sarà più la stessa.