Lesso alla picchiapò, un must post natalizio

Lesso alla picchiapò, secondo piatto tipico della cucina popolare romana
Lesso alla picchiapò – Photo by: http://bit.ly/2QnvP67

Se il cenone della Vigilia e il pranzo di Natale ci hanno messo a dura prova, dalla cucina romana arriva una soluzione semplice: il lesso alla picchiapò!

Dopo i grandi preparativi per festeggiare il Natale, non si ha più molta voglia né di cucinare né di continuare a mangiare pietanze eccessivamente elaborate. Ecco quindi che, per il giorno di Santo Stefano o per uno dei giorni che ci separano dal Cenone di Capodanno, viene in nostro aiuto il lesso alla picchiapò, uno dei secondi piatti più noti e apprezzati della tradizione culinaria romana.

Dopo le grandi abbuffate natalizie, a Roma, per il 26 dicembre la tradizione popolare proponeva infatti un pranzo a base di stracciatella, oggi sostituita spesso da cappelletti o quadrucci in brodo, e come secondo il lesso alla picchiapò.

Si tratta di un vecchio piatto del recupero, tipico della cucina popolare romana, dove non si butta niente e si riutilizza tutto ciò che è possibile. Nasce dall’esigenza di riutilizzare la carne, il muscolo di manzo, con cui si faceva il brodo. La carne, cuocendo per ore, a fine cottura, aveva perso tutto il suo sapore, diventando secca e sfibrata.

Come rendere quindi appetitoso uno scarto di carne che ha donato le sue principali qualità a un saporitissimo brodo? Semplicemente, ripassandolo in padella in una salsa di cipolle stufate con del pomodoro, e accompagnando il tutto con delle patate bollite e del pane.

Picchiapò, un nome buffo dalle origini incerte

Una delle tradizionali osterie di Testaccio, in una foto del 1942 – Photo by: http://bit.ly/2F0iYl7

Ma da dove deriva la parola picchiapò? Le origini di questo nome strano e divertente sono incerte ma comunque legate alla cultura romana.

Per alcuni il lesso alla piacchiapò ha la sua origine nel quartiere di Testaccio, uno dei più popolari di Roma, dove si localizza l’antico Mattatoio della Capitale. Da qui provenivano gli scarti della carne utilizzati dalle osterie locali per preparare con un solo ingrediente un pranzo completo: un brodo nutriente e un secondo saporito. La carne era tagliata a pezzi, sbattuta sul tagliere e picchiata (ecco perché picchiapò) per sfilacciarla, e poi ripassata in una grossa padella con cipolla, pomodori e patate a spicchi.

Per altri il nome piacchiapò deriverebbe da una vecchia favola in prosa di Trilussa del 1927, intitolata “Picchiabò, ossia la moje der ciambellano: prosa spupazzata dall’autore stesso”. Il protagonista, Picchiabbó, già citato da Giacchino Belli nel sonetto “La disgrazzia” del 1832, è un nano di corte, “pieno de bon senso e sincero secondo l’occasione”. La favola dice che Picchiabbó “a forza de caprioli e de piroette se fece strada e arivò fino a la Reggia, pe’ fa ride er Re”, diventando il buffone di corte.

Per altri ancora, il nome avrebbe la sua origine nel fatto che essendo questo piatto molto piccante, la sola frase che i commensali ripetevano era “picchia un po’”, o “picca un po’”, da cui deriverebbe la parola picchiapò.

Qualunque sia la sua origine, il lesso alla picchiapò è un piatto da provare e, per chi volesse cimentarsi in cucina, da preparare. Se volete conoscerne la ricetta tradizionale oltre a qualche altro aneddoto, seguite le nostre pagine Facebook e Instagram!